Considerazioni sparse

LA GENTE NON ESISTE

 

Non mi piace il termine “gente” e sinceramente non lo trovo nemmeno sensato perché la “gente”, di fatto, neppure esiste.

Chi è la “gente”?

Un nome collettivo ed un concetto totalmente alluso.

 

 

Ombreggiato e sottinteso, il termine indica grigie sagome senza faccia, omini imprecisati eppure imprigionati nella loro definizione ferrea… Tutti, di fatto, siamo quella “gente”.

Non per noi stessi, certo; ma per tutti quegli altri da noi che tracciano una linea di confine tra il loro sè e quello di ogni altra persona.

Anche noi, voi che leggete o non leggete in questo momento, ed anche io, per chiunque ama utilizzare la scappatoia di un termine fasullo, siamo “gente”.

E, categoricamente, siamo catalogati in una categoria fuorviante.

Voi vi sentite essere questa “gente”?

Io no.

Perché io sono io. E se non faccio parte della “gente” è perché questa massa non qualificata è composta dal mio io e da tutti gli altri io, ed ognuno di questi è un’individualità che, purtroppo per noi – dal momento che forse ci farebbe anche più comodo se così fosse – non è una categoria indifferenziata.

Quindi sarebbe meglio lasciar andare questo collettivo nebuloso quando non si sa come maneggiarlo: “La gente di Torino (o Roma/Genova/Bari, scegliete voi la città che preferite)” va bene; “La gente che si trovava in piazza” anche… “Tutta la gente che ho visto oggi” pure. Se specifica un certo numero di persone – indefinite – che vengono accomunate, per un qualsiasi motivo, in un determinato contesto, la parola ha una sua ragione d’esistere; ma perde ogni ragione quando la si carica di responsabilità non sue.

Finiamola, quindi, di attribuire “alla gente” ogni sorta di merito, importanza, causa, colpa, opera o pensiero.

Accade qualcosa che non ci piace ed è subito “non sopporto più la gente”; si ricerca un consenso popolare ed appare il solito “alla gente piace/non piace”; le cose vanno che è una meraviglia e “la gente è grandiosa”; la politica o la sanità fanno pena ed è colpa della “gente”, “la gente” non capisce un benemerito.

La gente siete voi, sono io.

Se vi va o non vi va bene quello che vedete, quello che succede, chi è stato votato per un televoto o per un partito – che poi è la stessa cosa – non dite “la gente è intelligente/stupida”, “la gente è buona/cattiva”, “la gente è…o non è qualcosa”.

Voi siete la gente.

Smettiamola con “la gente pensa”.

Ma che ne possiamo mai sapere voi – o che ne so io – di che cosa pensa la “gente”, quando questa è un nome collettivo senza identità e quando, soprattutto, in tutta questa “gente” siete compresi, senza soluzione di continuità – insieme ad altri circa sette miliardi di individui – anche voi, il direttore del Financial Times, le veline di questo o quel tg satirico e le astrofisiche delle onde gravitazionali?

E, soprattutto poi, che diamine mai ci può importare di cosa pensa o non pensa di noi una fantomatica massa che non è una generalità ma solo un fantasma di tanti individui differenti?

Me lo sono sempre chiesto, perché mai si tenda a reputare un valore così alto all’opinione di chicchessia sul nostro operato o addirittura sul nostro conto.

Ci sono imbecilli e persone intelligenti, persone arrabbiate e distruttive ma anche persone giuste, persone ignoranti e persone colte e poi – tra tutte queste persone – ce ne sono alcune che la pensano come noi ed altri che la pensano diversamente.

Di tutte queste magari ci interessa l’opinione solo di qualcuna, di un relativamente contenuto gruppo che realmente stimiamo e di chi reputiamo, per vari meriti, esemplare; ma delle altre?

Fra la “gente” c’è anche chi ci tenta di uccidere, letteralmente o metaforicamente – più o meno consapevolmente o per sconfinata ignoranza – c’è chi ci affossa, o chi semplicemente non ci apprezza; ma questi non sono “la gente”. Sono solamente alcune persone – ed anzi, meglio ancora, solo un certo tipo di persone – all’interno della gente.

A queste persone non piacciamo, va bene. E allora?

Perché mai la cosa dovrebbe essere un nostro problema? Tanto più quando la domanda dovrebbe, invece, essere un’altra: Vale a dire non tanto se noi piacciamo a loro; ma se – cosa molto più importante – loro piacciano a noi…

Siamo così sicuri che tutti questi nostri detrattori che ci pungolano siano persone di cui ci interessa avere una qualsivoglia opinione? Sicuri che siano persone con cui desidereremmo condividere pezzi del nostro tempo? individui in grado di soddisfare il nostro gradimento o di stimolare una nostra empatia?

Ci può davvero interessare avere consensi da soggetti che non stimiamo e che per qualsiasi ragione sono portatori di azioni per noi indegne?

Credo che la risposta sia un’altra. Penso che alla fine non ci freghi un accidente.

E forse non importa un accidente neppure a chi ha accettato di farsi vittima sacrificale di attacchi iniqui da avversari scompensati perché, diciamocelo, chiunque si diverte ad affossare un altro – e questo a prescindere da qualsiasi motivo e causa – è puramente un dissestato.

E chi si fa vittima di una persona che, di per sé, pur facendo il carnefice, è anch’essa una squilibrata vittima dei suoi (e forse anche d’altrui) demoni, è una persona altrettanto prigioniera di fantasmi, di spazi vuoti, di abbagli e di paure. E pertanto non è di quel consenso, di quel giudizio o di quell’appoggio che ha davvero bisogno.

Non è l’opinione dell’aguzzino di turno né della fantasmagorica “gente” che colui/colei che si fa vittima ricerca; ma solo la propria.

Ed è proprio all’interno di se stesso, quell’unico giudice inquisitorio che non riesce mai a convincere.

E così accade che quello scriteriato imperativo categorico di sua appartenenza lo va, invece, a ricercare non dentro ma al di fuori di sè, negli occhi di un piccolo o grande sadico – già di per sé invariabilmente beffato da se stesso – o nel nome di quel collettivo indefinito “gente” che,  nella sua pericolosa indeterminatezza, diventa lo strumento perfetto per rimandarci ogni nostra voce più segreta e inquisitiva.

Di chi si sta parlando, dunque?

Basta con la gente, dai, e facciamo nomi e cognomi.

Ma se proprio non vogliamo dare a Cesare quel che è di Cesare, allora non diciamo nulla.

Parliamo di noi.

Di quello che noi pensiamo, noi vogliamo e noi reputiamo essere un abominio o una meraviglia.

Non utilizziamo il generico “gente” come facile e improprio paravento per una manifesta mancanza di lucidità e di coraggio che ci impedisce ancora e sempre di attribuire un’identità a ciò che diciamo e pensiamo e che, soprattutto, ci impedisce di comprendere che dietro l’ombra della “gente” l’unico volto, giudizio, consenso o gesto d’amore che cerchiamo è sempre e solo uno: il nostro.

 

 

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